Per impiantare le protesi della Ceraver sui pazienti, nelle mani dei chirurghi corrotti finivano decine di migliaia di euro l’anno che i medici non avrebbero mai potuto incassare senza l’organizzazione criminale messa in piedi dai due rappresentanti della società italofrancese finiti in carcere nell’inchiesta della Procura di Monza che ha portato all’arresto in totale di 14 persone e alla sospensione di sei medici di base. La Guardia di finanza sta ricostruendo il giro d’affari che, grazie alla corruzione dei chirurghi e dei medici, ruotava su centinaia di pazienti «importati» dalle altre regioni.
La chiave, sostiene l’accusa, era la combinazione tra i pazienti extra regionali e le strutture sanitarie private accreditate con il servizio sanitario. La Regione Lombardia, come le altre, vieta alle case di cura private di superare un tetto massimo di interventi sui pazienti lombardi che, per le protesi d’anca e ginocchio, vengono pagati tra 9 e 13 mila euro ciascuno. Non c’è limite, invece, per i malati che arrivano da fuori per i quali a pagare sono le Regioni di provenienza.
In questo scenario si è incuneata l’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione finita nell’inchiesta che, sostiene l’accusa, faceva arrivare in Lombardia centinaia di pazienti l’anno sui quali impiantare le protesi Ceraver. Denis Panico, responsabile commerciale della Ceraver Italia srl, e l’agente Marco Camnasio, ingaggiavano in tutta Italia medici di base disponibili in cambio di un mensile intorno ai 300 euro a «reclutare» tra i loro pazienti quelli da far visitare nel proprio studio dai chirurghi compiacenti arrivati dal Nord, dai quali ricevevano anche una percentuale sulla parcella di qualche decina di euro. I pazienti venivano poi operati nelle strutture sanitarie private le quali, come permette la legge, oltre al lauto stipendio mensile davano loro anche in media tra mille e 1.500 euro ad intervento, cioè tra il 10 e il 15 per cento di quanto rimborsato dalle Regioni. A questo si sommava anche una tangente (la chiamavano «disturbo») di un centinaio di euro che la Ceraver pagava direttamente per ogni protesi impiantata. Così i chirurghi corrotti incassavano decine di migliaia di euro extra l’anno, ma allo stesso tempo contribuivano a drenare risorse che dalle regioni del Centro e del Sud gonfiavano le casse della già ricca sanità privata lombarda. I chirurghi, dicono i pm, volevano impiantare più protesi possibili. «Punto di metterne come minimo 6/8 al mese», assicura a Camnasio Marco Valadè, chirurgo del Policlinico di Monza arrestato con dieci colleghi medici di anche di altre strutture. I chirurghi sanno che le protesi non sono le migliori. «Ho preso un soggetto che, detto tra noi, poteva anche farmi da cavia», dice uno. Al momento le case di cura non risultano coinvolte, ma dall’inchiesta emerge il loro interesse. Un dipendente del Policlinico in un’intercettazione dice che nel 2014 solo con gli «extra» avrebbero incassato ben 8 milioni di euro.

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