Non possiamo pretendere che un pilota capace di ottenere una pole tutta grinta e cuore il sabato, faccia la mammola la domenica. Ma il bilancio, così amaro, di Singapore, contiene qualche azzardo in eccesso, al netto della discussione — infinita — sulle responsabilità.
Perché, forse, due piloti della stessa squadra possono prevedere più scenari e condividerli prima del via. Perché è vero che Vettel aveva il diritto di «parare» Verstappen (non immaginando Raikkonen in stereofonico attacco) magari con una foga attenuata.
Perché, soprattutto, Verstappen non è Hamilton. Non rappresenta alcuna minaccia sul tema titolo mondiale. Tanto è vero che proprio Verstappen, aggressivo come da età e temperamento, aveva dichiarato di voler osare molto e subito al via.
Dunque, non è questione di stabilire chi ha più o meno colpe di questo disastro asiatico ma la realtà mostra una specie di suicidio sopra una pista favorevole, per giunta bagnata e cioè nelle condizioni che esaltano proprio Seb. Il tutto, come capita nei giorni da rosso cupo, abbinato a una partenza di segno opposto per Hamilton che poi ha guidato e gestito come sa. Con la serenità di correre verso un bottino certo. Il che significa, adesso, costringere la Ferrari a una rincorsa affannata su piste meno amiche, contro un avversario che sa gestire un vantaggio considerevole. La Red Bull, parzialmente rinsavita, potrà togliere anche alla Mercedes. Ma dispiace osservare, proprio in vista del rush, un ritardo così ampio, un equilibrio rotto. La Ferrari ha dimostrato sempre, Singapore compreso, di saper reagire. Lo farà ancora, da adesso, siamo certi. Con un’ansia inattesa che complica ogni gesto, che davvero non merita.

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